Pubblicato il Febbraio 15, 2024

L’inflazione non sta erodendo i tuoi margini. Sta solo rivelando che hai sempre calcolato i tuoi prezzi e la tua redditività nel modo sbagliato.

  • Focalizzati sul Margine di Contribuzione, non sul fatturato, per guidare ogni decisione.
  • Elimina i prodotti e i clienti meno redditizi che divorano risorse senza generare utile.

Recommandation: Implementa subito una contabilità industriale di base per conoscere il costo reale di ogni tua attività e smettere di navigare a vista.

Il tuo fatturato cresce, ma l’utile netto a fine anno è una delusione. È uno scenario frustrante e sempre più comune per direttori commerciali e titolari di PMI. La colpa viene data subito all’inflazione, all’aumento dei costi energetici e alle materie prime impazzite. Questi fattori sono reali, ma non sono la causa del problema. Sono solo un potentissimo acceleratore che sta portando alla luce una malattia cronica e silenziosa: la maggior parte delle aziende non ha idea di quanto le costi davvero produrre e vendere.

Le soluzioni classiche come “tagliare i costi” o “aumentare i listini” sono reazioni istintive, non strategie. Tagliare senza un’analisi precisa rischia di compromettere la qualità, mentre un aumento indiscriminato dei prezzi può allontanare clienti vitali. Il vero problema è che le tue decisioni si basano su metriche obsolete. Insegui il volume di vendita, premi la tua forza commerciale sul fatturato e concedi sconti senza comprenderne l’impatto devastante sulla riga finale del bilancio.

E se la vera chiave non fosse reagire all’esterno, ma ristrutturare il tuo modo di misurare la performance all’interno? Questo articolo non ti darà soluzioni magiche. Ti fornirà un metodo da consulente, diretto e focalizzato sul profitto, per smettere di subire l’erosione dei margini. Capiremo perché la caccia al volume è una trappola mortale, come ricalcolare i prezzi includendo i costi occulti e perché devi iniziare a pilotare la tua azienda usando il margine di contribuzione come unica bussola affidabile.

Esploreremo un percorso strategico per trasformare la tua contabilità da un obbligo di legge a un’arma competitiva. Analizzeremo passo dopo passo come identificare e proteggere la tua redditività reale, trasformando la pressione esterna in un’opportunità per diventare un’azienda più solida, consapevole e, finalmente, più profittevole.

Sommario: Proteggere la redditività dall’inflazione e dai costi

Perché vendere sottocosto per fare volume sta uccidendo la tua liquidità?

L’idea che “più fatturato significa più salute” è uno dei dogmi più pericolosi nel business. Aumentare i volumi di vendita, specialmente accettando margini risicati o addirittura vendendo in perdita pur di “fare numero”, non è una strategia di crescita: è un suicidio finanziario a lento rilascio. Ogni prodotto che vendi immobilizza capitale. Devi finanziare le materie prime, la produzione e, soprattutto, i crediti verso i clienti. Se i tuoi clienti ti pagano a 60 o 90 giorni, quel fatturato è solo un numero su un foglio di calcolo, non cassa in banca.

Questo meccanismo perverso si chiama capitale circolante netto. Quando insegui il volume a basso margine, stai di fatto aumentando il fabbisogno di capitale circolante. Stai usando la tua liquidità (o, peggio, l’indebitamento bancario) per finanziare la crescita del fatturato di qualcun altro. In un contesto di tassi d’interesse in rialzo, questo gioco diventa insostenibile. Quel capitale immobilizzato ha un costo, un costo occulto che erode il poco margine che pensavi di aver generato.

Il costo del credito per le imprese non è più trascurabile. Recenti analisi di settore mostrano come, per una PMI, il costo del denaro sia un fattore critico. Infatti, secondo i dati Unimpresa, per le piccole e medie imprese si mantengono a oltre il 5% i tassi di interesse sul credito. Questo significa che ogni euro immobilizzato in magazzino o in crediti non incassati ti costa attivamente denaro, trasformando un potenziale piccolo guadagno in una perdita netta.

Come ricalcolare i listini prezzi includendo i nuovi costi occulti dell’energia?

Se il tuo ultimo aggiornamento dei listini si è basato su un semplice aumento percentuale “per coprire l’inflazione”, stai commettendo un errore strategico. I costi non aumentano in modo uniforme. I costi energetici, in particolare, sono diventati una componente volatile e pervasiva che si nasconde in ogni fase del tuo processo produttivo e logistico. Non si tratta solo della bolletta della fabbrica; è il costo del carburante per le consegne, l’energia consumata dai tuoi fornitori (che te la ribaltano addosso) e persino l’elettricità degli uffici.

Abbandona l’idea di un listino statico. Il mercato richiede un pricing dinamico, capace di adattarsi a queste fluttuazioni senza erodere sistematicamente il tuo profitto. L’obiettivo non è semplicemente “aumentare i prezzi”, ma ristrutturarli per riflettere la reale struttura dei costi. Questo richiede un’analisi più granulare. Devi capire quali prodotti o servizi consumano più energia e quali clienti richiedono processi logistici più dispendiosi. Solo così potrai intervenire chirurgicamente, invece di applicare un aumento a pioggia che potrebbe renderti fuori mercato sui prodotti meno energivori.

Esistono strategie precise per gestire questa volatilità in modo trasparente e professionale, preservando la relazione con il cliente.

Strategie di pricing dinamico in risposta all’inflazione
Strategia Applicazione Impatto sui margini
Energy Surcharge Supplemento trasparente legato a indici energetici pubblici Preserva il margine base
Pricing a cascata Differenziazione prezzi per segmento cliente/prodotto Ottimizza il margine per transazione
Supplementi selettivi Extra costi solo per servizi che stressano la supply chain Mantiene competitività e margini

Implementare un “Energy Surcharge”, ad esempio, comunica onestà: non stai speculando, stai coprendo un costo oggettivo e variabile. Il pricing a cascata, invece, ti permette di massimizzare la redditività differenziando l’offerta in base al valore percepito da segmenti di clientela diversi. L’era del “prezzo unico per tutti” è finita.

Margine lordo o netto: quale indicatore guardare per decidere i bonus della forza vendita?

Se la tua rete vendita viene premiata in base al fatturato generato, stai incentivando il comportamento sbagliato. Un venditore pagato sul volume ha un solo obiettivo: chiudere il contratto, a qualsiasi costo. Questo lo porta a concedere sconti, a spingere prodotti ad alto volume ma a basso margine e a ignorare completamente la redditività della singola transazione. Il risultato? Il fatturato sale, i bonus vengono pagati e l’utile netto dell’azienda crolla.

È il momento di abbandonare le metriche fuorvianti come il margine lordo o, peggio, il fatturato. Devi introdurre l’unico indicatore che conta davvero per la salute del tuo business: il Margine di Contribuzione (MdC). Il MdC è dato dalla differenza tra i ricavi di vendita e i soli costi variabili sostenuti per produrre e vendere quel prodotto. È il denaro che ogni singola vendita “contribuisce” a coprire i costi fissi e, una volta coperti, a generare profitto reale. Ad esempio, studi di settore indicano che la redditività può variare enormemente; nel settore dei servizi professionali i margini possono oscillare dal 15% al 40%, dimostrando come la struttura dei costi impatti direttamente sul risultato finale.

Allineare gli incentivi della forza vendita al Margine di Contribuzione cambia le regole del gioco. Il venditore non è più incentivato a “svendere”, ma a massimizzare la redditività di ogni trattativa. Sarà naturalmente spinto a proporre il mix di prodotti più profittevole, a difendere il prezzo di listino e a concedere sconti solo quando strategicamente necessario e autorizzato. Questo trasforma i tuoi commerciali da semplici “piazzisti” a veri e propri manager della redditività sul campo. La transizione richiede formazione e trasparenza, ma è l’unico modo per assicurarsi che chi vende per te stia lavorando per il tuo utile, non solo per il suo bonus.

Il pericolo della “politica dello sconto” che erode il 30% del tuo utile netto

Lo sconto è la droga più potente e distruttiva a disposizione di un commerciale. Offre una gratificazione immediata, la chiusura di un ordine, ma crea una dipendenza che erode le fondamenta della tua redditività. Ogni punto percentuale di sconto che concedi non viene detratto dal fatturato; viene sottratto direttamente dal tuo margine di profitto. Un errore comune è pensare: “Cosa sarà mai un 5% di sconto?”. Se il tuo margine netto è del 10%, uno sconto del 5% non riduce il tuo guadagno del 5%, ma lo dimezza del 50%.

Questa matematica brutale è spesso ignorata. In un contesto di inflazione, anche se contenuta come l’1,0% confermato dall’ISTAT per il 2024, i tuoi costi di base sono già sotto pressione. Concedere sconti in questo scenario significa accelerare l’erosione. Inoltre, abitui il mercato a non pagare il prezzo pieno, danneggiando il valore percepito del tuo brand e innescando una spirale al ribasso da cui è difficile uscire. I clienti si aspetteranno sempre lo sconto, e la tua unica arma diventerà una continua svendita.

Alternativa strategica: la shrinkflation

Un esempio di come le aziende cercano di proteggere i margini senza ricorrere ad aumenti di prezzo evidenti è la “shrinkflation”. Questa pratica consiste nel ridurre leggermente la quantità di prodotto mantenendo il prezzo invariato. Sebbene controversa dal punto di vista del consumatore, dal lato aziendale è una mossa strategica per assorbire l’aumento dei costi senza intaccare il prezzo a scaffale e senza entrare nella logica distruttiva degli sconti, preservando la percezione di valore del brand.

Devi instaurare una cultura aziendale dove lo sconto non è la norma, ma un’eccezione strategica e misurata. Ogni sconto deve essere autorizzato e giustificato da un ritorno tangibile: l’acquisizione di un cliente strategico, un volume d’ordine eccezionale o la penetrazione in un nuovo mercato. Senza un controllo ferreo, la politica dello sconto diventa una tassa autoimposta che può arrivare a divorare fino al 30% del tuo utile netto annuale.

Come eliminare il 20% dei prodotti a basso margine per raddoppiare la redditività complessiva?

La Legge di Pareto si applica quasi sempre al portafoglio prodotti di una PMI: è probabile che l’80% dei tuoi profitti derivi solo dal 20% dei tuoi articoli. Di conseguenza, una vasta parte del tuo catalogo è composta da prodotti “zombie”: si vendono, magari anche bene in termini di volume, ma generano margini talmente bassi da non giustificare le risorse che assorbono. Questi prodotti occupano spazio in magazzino, impegnano la tua forza vendita, complicano la produzione e divorano liquidità.

L’azione più coraggiosa e profittevole che puoi intraprendere è una razionalizzazione strategica del portafoglio. Non si tratta di tagliare a caso, ma di analizzare ogni singolo prodotto sulla base del suo Margine di Contribuzione. Devi identificare quel 20% (o più) di articoli che contribuiscono meno alla copertura dei costi fissi e pianificarne l’eliminazione controllata. Libererai così risorse preziose (tempo, capitale, attenzione manageriale) da reinvestire nei tuoi prodotti “stella”, quelli ad alto margine che generano la maggior parte del tuo utile.

Grafico matriciale che mostra la segmentazione dei prodotti per margine e volume

Studio di caso: La resilienza delle PMI secondo Bocconi

Un rapporto del SRB Lab Bocconi ha analizzato le performance delle PMI europee nel biennio 2022-2023. Lo studio evidenzia come, a fronte di un aumento nominale del valore aggiunto, si sia verificata una riduzione del valore aggiunto reale del 2,3%, sintomo di una forte compressione dei margini. Le aziende che hanno dimostrato maggiore resilienza sono state proprio quelle che hanno attuato una decisa razionalizzazione del portafoglio, concentrandosi sui prodotti e servizi a più alta marginalità e abbandonando le linee di business meno performanti.

Eliminare un prodotto può sembrare una perdita, ma è un investimento strategico. Ogni risorsa che smetti di sprecare su un articolo a basso rendimento può essere usata per spingere un prodotto che rende dieci volte tanto. Il risultato? Meno complessità, maggiore focus e, spesso, un raddoppio della redditività complessiva pur con un fatturato potenzialmente inferiore.

Perché competere sul prezzo in Italia è una condanna a morte per la tua PMI?

In un mercato ideale, competere sul prezzo potrebbe essere una strategia valida. Ma l’Italia non è un mercato ideale. È un ecosistema economico con caratteristiche uniche che rendono la guerra dei prezzi una strategia fallimentare in partenza per quasi tutte le PMI. Tentare di essere il più economico sul mercato significa entrare in una spirale al ribasso contro concorrenti che potrebbero avere strutture di costo, accesso al capitale o economie di scala che tu non puoi eguagliare.

Il primo fattore è la struttura dei costi fissi. Secondo recenti analisi di Unimpresa, il peso del fisco e della burocrazia è schiacciante: nel 2024, il dato complessivo sulla pressione fiscale si è attestato su livelli molto alti. Con una pressione fiscale che ha raggiunto il 42,6%, ogni euro di margine che sacrifichi per abbassare il prezzo ha un impatto devastante sulla tua capacità di generare utile netto. A questo si aggiungono un costo del lavoro rigido e un costo dell’energia storicamente tra i più alti d’Europa. In questo contesto, il tuo “prezzo minimo” per rimanere a galla è strutturalmente più alto di quello di un concorrente in un paese con un fisco più leggero.

Nel 2024 molte PMI potrebbero andare in crisi. Una crisi irreversibile per effetto di una politica dei tassi scellerata e del sovraindebitamento accumulato nell’era Covid.

– Fabio Arpe, Industria Italiana

Invece di competere sul prezzo, la PMI italiana deve puntare sulla differenziazione: qualità superiore, servizio clienti impeccabile, specializzazione in una nicchia, innovazione di prodotto, forza del brand. Devi dare ai tuoi clienti una ragione per sceglierti che non sia il cartellino del prezzo. Competere sul prezzo significa annullare tutti questi vantaggi, mettendo il tuo prodotto sullo stesso piano di un’alternativa di bassa qualità prodotta a basso costo. È una battaglia che, in Italia, sei destinato a perdere.

Come calcolare il punto di pareggio se vendi 10 prodotti con margini diversi?

Il punto di pareggio, o Break-Even Point (BEP), è il volume di fatturato che devi generare per coprire tutti i tuoi costi, sia fissi che variabili. Al di sotto di quel punto, sei in perdita. Al di sopra, inizi a guadagnare. Calcolarlo è semplice se vendi un solo prodotto. Ma cosa succede quando hai un catalogo con decine di articoli, ognuno con il suo prezzo, i suoi costi variabili e, quindi, il suo Margine di Contribuzione (MdC)?

L’errore comune è usare un margine medio semplice, ma questo porta a risultati disastrosi. Se vendi molto un prodotto a basso margine e poco uno ad alto margine, la media semplice non rifletterà la realtà. La soluzione è calcolare il Margine di Contribuzione Medio Ponderato. Questo indicatore tiene conto del “peso” di ogni prodotto sul fatturato totale (il cosiddetto “mix di vendita”). In pratica, si moltiplica l’MdC di ogni prodotto per la sua percentuale sul totale delle vendite, e poi si sommano i risultati.

Consideriamo un esempio semplificato per chiarire il concetto. Immagina di vendere tre prodotti con il seguente mix e margini:

Esempio di calcolo del margine di contribuzione medio ponderato
Prodotto Mix vendite (%) Margine unitario (€) Margine ponderato (€)
Prodotto A 40% 50 20
Prodotto B 35% 30 10,50
Prodotto C 25% 80 20
Margine medio ponderato 50,50

Una volta ottenuto l’MdC Medio Ponderato (in questo caso 50,50€, che corrisponde a un’incidenza percentuale da calcolare sul prezzo medio ponderato), puoi finalmente calcolare il tuo BEP complessivo con una formula semplice: BEP (€) = Costi Fissi Totali / % MdC Medio Ponderato. Questo strumento ti dà una bussola precisa per sapere qual è il tuo obiettivo minimo di fatturato per non andare in perdita, tenendo conto della reale redditività del tuo mix di vendita.

Punti chiave da ricordare

  • Il fatturato è una metrica di vanità; il margine di contribuzione è la metrica della salute finanziaria.
  • Ogni decisione commerciale, dal pricing ai bonus di vendita, deve essere guidata dalla sua capacità di generare margine reale.
  • Conoscere i tuoi costi reali a livello granulare non è un esercizio contabile, ma la più grande leva strategica a tua disposizione.

Come implementare una contabilità industriale che ti dica esattamente quanto ti costa un’ora di produzione?

Tutte le strategie discusse finora si basano su un presupposto fondamentale: conoscere con precisione i tuoi costi. Se non sai esattamente quanto ti costa produrre un articolo, ogni calcolo di margine è pura fantasia. La contabilità generale ti dice solo il totale dei costi a fine anno. È la contabilità industriale (o analitica) che ti permette di “smontare” quel totale e attribuire ogni singolo costo a specifici prodotti, reparti o commesse.

L’obiettivo finale è arrivare a calcolare il costo orario di ogni centro di costo (es. il reparto taglio, la linea di assemblaggio, l’ufficio tecnico). Questo ti permette di sapere, ad esempio, che un’ora di lavoro sulla macchina A ti costa 50€ e un’ora sulla macchina B ti costa 80€. Quando sai che per produrre l’articolo X servono 2 ore sulla macchina A e 1 ora sulla B, puoi finalmente calcolarne il costo di produzione reale e, di conseguenza, il suo margine di contribuzione esatto. Questo livello di dettaglio è vitale in un’era dove l’incidenza dei costi energetici è esplosa. Secondo le analisi di Confindustria, a seconda dei settori, l’incidenza dei costi energetici sul totale è salita dal 4,6% al 9,8%, rendendo indispensabile un’attribuzione precisa.

Implementare un sistema di contabilità industriale può sembrare un progetto immenso, ma può essere affrontato per gradi, partendo dai centri di costo principali. La tecnologia oggi aiuta, con software gestionali e sistemi di monitoraggio che possono automatizzare gran parte della raccolta dati. È un investimento, non un costo, perché ti fornisce la mappa per navigare il tuo business. Senza di essa, stai guidando nella nebbia sperando di non andare a sbattere.

Il tuo piano d’azione: implementare la contabilità industriale

  1. Mappare tutti i centri di costo produttivi (taglio, assemblaggio, verniciatura, etc.) e ausiliari (magazzino, amministrazione).
  2. Attribuire i costi diretti (materie prime, manodopera diretta) a ciascun centro in modo inequivocabile.
  3. Scegliere driver di allocazione logici per i costi indiretti (ore macchina per l’ammortamento, mq occupati per l’affitto, numero di persone per i costi del personale).
  4. Implementare, se possibile, software di monitoraggio in tempo reale per tracciare tempi e consumi effettivi per commessa.
  5. Calcolare il costo orario di ogni centro di costo dividendo i costi totali attribuiti per le ore produttive disponibili o utilizzate.

Questo sistema è la spina dorsale di un’azienda guidata dai dati. Approfondire come strutturare la tua contabilità analitica è il passo definitivo verso il pieno controllo della redditività.

Ora hai una visione chiara delle vere leve che governano la tua redditività. L’inflazione e i costi energetici continueranno a essere una sfida, ma non saranno più una scusa. Trasformare queste conoscenze in azioni concrete è il passo successivo per costruire un’azienda più forte e profittevole. Per mettere in pratica questi consigli, il prossimo passo consiste nell’ottenere un’analisi personalizzata della tua specifica struttura di costi e prezzi.

Scritto da Elena Sartori, Consulente di Direzione e Strategia per le PMI, specializzata in modelli di business e gestione del cambiamento. Aiuta le aziende a difendere i margini, rivedere i listini prezzi e gestire le risorse umane in contesti di mercato volatili.