Pubblicato il Marzo 11, 2024

L’ottimizzazione del prelievo fiscale non è una scelta tra strumenti, ma la costruzione di un ecosistema finanziario integrato.

  • Bilanciare prelievi immediati (compenso/dividendi) e differiti (TFM) è cruciale per gestire liquidità e pressione fiscale.
  • La struttura societaria (Holding vs. Società Semplice) e la gestione patrimoniale (Patto di famiglia) sono pilastri non negoziabili.

Raccomandazione: Trattare l’azienda e il patrimonio personale come vasi comunicanti, pianificando i flussi di ricchezza con una visione a lungo termine.

Per un imprenditore, assistere alla progressiva erosione dei redditi aziendali a causa della pressione fiscale è una fonte costante di frustrazione. La domanda non è se pagare le tasse, ma come strutturare legalmente i flussi di ricchezza dall’azienda alla sfera privata in modo da massimizzare il netto disponibile. Molti si fermano a un dilemma superficiale: meglio il compenso da amministratore o la distribuzione di dividendi? Altri esplorano strumenti isolati come il Trattamento di Fine Mandato (TFM) o la creazione di una holding, senza però inserirli in una visione d’insieme.

Questo approccio per compartimenti stagni è il limite principale della pianificazione fiscale tradizionale. Ogni strumento viene valutato singolarmente, perdendo di vista le sinergie e le interdipendenze che costituiscono la vera efficienza. La realtà è che non esiste uno strumento universalmente “migliore”. La vera chiave non risiede nella scelta di un’opzione rispetto a un’altra, ma nella costruzione di un’architettura fiscale su misura, un ecosistema dove ogni elemento ha uno scopo preciso e lavora in concerto con gli altri.

E se la vera ottimizzazione non fosse scegliere, ma bilanciare? E se, invece di cercare la soluzione magica, l’obiettivo fosse creare un sistema resiliente che si adatti agli obiettivi di breve, medio e lungo periodo? Questo approccio richiede una visione strategica che trascende il singolo adempimento fiscale e considera l’azienda, l’imprenditore e la sua famiglia come un’unica entità finanziaria da proteggere e far prosperare.

Questo articolo guiderà l’imprenditore attraverso i pilastri fondamentali di questa architettura. Analizzeremo non solo gli strumenti, ma la logica strategica che ne governa l’utilizzo, per passare da una gestione fiscale reattiva a una pianificazione proattiva e consapevole dei flussi di ricchezza.

Per navigare con chiarezza tra i concetti chiave di questa strategia, il sommario seguente delinea il percorso che affronteremo, analizzando ogni componente essenziale per una pianificazione fiscale efficace.

Perché prelevare utili come dividendi costa meno INPS ma più IRPEF rispetto al compenso?

Il dilemma tra compenso amministratore e dividendo è il punto di partenza di ogni pianificazione. La scelta non è mai assoluta, ma dipende dagli obiettivi immediati dell’imprenditore. Il compenso amministratore rappresenta un costo interamente deducibile per la società (abbattendo l’imponibile IRES), ma per l’amministratore costituisce reddito da lavoro assimilato, soggetto a IRPEF progressiva e, soprattutto, a contribuzione INPS (Gestione Separata). Questo lo rende fiscalmente oneroso, ma garantisce una copertura previdenziale.

Il dividendo, al contrario, non è un costo per la società: viene distribuito dopo aver pagato l’IRES al 24%. Sulla somma ricevuta, il socio paga una ritenuta a titolo d’imposta del 26%. Fondamentalmente, non è soggetto a contribuzione INPS. La convenienza apparente del dividendo (nessun carico INPS) deve però essere ponderata con il carico fiscale complessivo che subisce l’utile, prima come IRES in capo alla società e poi come ritenuta in capo al socio. Questo confronto è essenziale per capire il “costo” reale di ogni euro prelevato.

La tabella seguente illustra in modo sintetico le differenze strutturali nel carico fiscale.

Confronto Tassazione Dividendi vs. Compenso Amministratore
Modalità prelievo Tassazione IRES/IRPEF Contributi INPS Carico fiscale totale
Dividendi SRL 24% IRES + 26% ritenuta 0% 43,76%
Compenso amministratore 23-43% IRPEF progressiva 26,07% Gestione Separata Fino al 70% per redditi elevati
Mix ottimizzato Variabile Ridotto 35-45%

L’approccio strategico, tuttavia, non è scegliere l’uno o l’altro, ma creare un mix ottimizzato. Un compenso congruo permette la deduzione dei costi e la creazione di una posizione INPS, mentre i dividendi possono integrare il reddito con un’aliquota fissa. Occorre notare che per le persone fisiche in regime di impresa e le società di persone, secondo la normativa fiscale italiana, il 58,14% del dividendo è soggetto a IRPEF. La vera architettura fiscale considera anche flussi alternativi come le royalties sul marchio (non soggette a INPS) o le prestazioni accessorie, creando un ecosistema di remunerazione efficiente.

Come usare il Trattamento di Fine Mandato per differire la tassazione e pagare meno tasse in futuro?

Il Trattamento di Fine Mandato (TFM) è uno degli strumenti più potenti ma sottoutilizzati nell’architettura fiscale dell’imprenditore. Non serve a prelevare liquidità immediata, ma a costruire un flusso di ricchezza differito con un trattamento fiscale di grande favore. In sostanza, la società accantona annualmente una somma a favore dell’amministratore, deducendo interamente il costo per competenza. Questo riduce l’imponibile IRES ogni anno.

Il grande vantaggio si manifesta al momento dell’incasso da parte dell’amministratore, tipicamente alla fine del suo mandato. La somma ricevuta è soggetta a tassazione separata, con un’aliquota calcolata sulla media dei redditi degli anni precedenti. Questo meccanismo evita che l’importo, spesso ingente, finisca nello scaglione IRPEF più alto dell’anno di incasso, generando un notevole risparmio fiscale. Il principale beneficio per l’azienda risiede nella piena deducibilità al 100% degli accantonamenti TFM per competenza, a condizione che il tutto sia formalizzato correttamente.

Per essere valido fiscalmente, il diritto al TFM e la sua misura devono risultare da un atto con data certa anteriore all’inizio del rapporto. Inoltre, l’importo deve essere congruo rispetto al volume d’affari dell’azienda e al lavoro svolto dall’amministratore. Spesso, si abbina al TFM una polizza assicurativa, che permette alla società di accantonare le somme con un rendimento e garantire la disponibilità finanziaria al momento della liquidazione.

Documenti finanziari e polizza assicurativa su scrivania con calcolatrice

Come mostra l’immagine, la pianificazione del TFM è un atto strategico che combina documentazione legale e strumenti finanziari. Non è una semplice “spesa”, ma un investimento sul futuro fiscale dell’amministratore e sulla stabilità finanziaria dell’azienda. L’implementazione corretta richiede attenzione a diversi passaggi formali, ma i benefici a lungo termine sono indiscutibili.

Tassazione IRPEF o cedolare secca: quale regime scegliere per l’immobile affittato all’azienda?

Un’altra fonte comune di flusso di ricchezza dall’azienda all’imprenditore è l’affitto di un immobile di sua proprietà alla società stessa. Anche qui, la scelta del regime fiscale non è banale e impatta direttamente sul netto in tasca. Le opzioni sono principalmente due: la tassazione ordinaria IRPEF o la cedolare secca.

La tassazione ordinaria IRPEF prevede che il canone di locazione si sommi agli altri redditi dell’imprenditore, venendo tassato secondo gli scaglioni progressivi. Questo regime permette però di dedurre alcune spese di manutenzione e ristrutturazione, che possono ridurre l’imponibile e mantenere il valore dell’immobile. Il vero svantaggio emerge quando l’imprenditore ha già redditi elevati, poiché il canone finirebbe per essere tassato con le aliquote più alte (dal 35% al 43%).

La cedolare secca, applicabile anche ad alcuni immobili commerciali, offre un’alternativa interessante. Prevede un’imposta sostitutiva fissa del 21% sul canone di locazione. Questo regime è particolarmente vantaggioso proprio quando l’aliquota marginale IRPEF dell’imprenditore supererebbe il 21%. La semplicità e la certezza dell’aliquota sono i suoi punti di forza, a fronte però dell’impossibilità di dedurre le spese relative all’immobile. La scelta impatta anche la futura vendita: il regime IRPEF, permettendo la deduzione di costi, può aumentare il valore fiscale riconosciuto in caso di plusvalenza.

Un’alternativa spesso considerata è il comodato d’uso gratuito, ma nasconde delle insidie. Sebbene eviti un flusso di cassa, l’Agenzia delle Entrate potrebbe contestarlo, applicando presunzioni di onerosità e riqualificandolo come affitto. Inoltre, l’azienda perderebbe la possibilità di dedurre un costo certo come il canone di locazione. La scelta, quindi, deve nascere da un’analisi precisa della situazione reddituale complessiva dell’imprenditore e degli obiettivi a lungo termine per quell’immobile.

L’errore di usare il bancomat aziendale per spese personali che configura l’appropriazione indebita

La separazione tra il patrimonio aziendale e quello personale è un principio cardine non solo di buona gestione, ma anche di legalità. L’uso disinvolto del conto corrente o della carta di credito aziendale per spese personali è uno degli errori più gravi e frequenti, con conseguenze che vanno ben oltre il semplice disordine contabile.

La confusione patrimoniale tra socio e società comporta non solo rischi penali ma anche conseguenze fiscali: costi indeducibili e IVA indetraibile.

– Federico Migliorini, Fiscomania – Consulenza fiscale online

Dal punto di vista penale, il prelievo ingiustificato di fondi aziendali per scopi personali può configurare il reato di appropriazione indebita. Dal punto di vista fiscale, le conseguenze sono altrettanto severe: i costi relativi a tali spese vengono considerati indeducibili per la società, con conseguente recupero a tassazione IRES. L’IVA, se detratta, viene contestata e richiesta indietro con sanzioni e interessi. In pratica, si pagano più tasse su un’operazione che non ha generato valore per l’azienda.

Gestire correttamente questa separazione non significa non poter mai usare fondi aziendali, ma farlo attraverso canali formali. Se l’imprenditore necessita di liquidità, deve prelevarla tramite strumenti leciti come acconti su dividendi deliberati o finanziamenti soci, che devono essere registrati in contabilità. Per gestire l’uso promiscuo di una carta aziendale, è fondamentale adottare un protocollo rigoroso:

  • Stabilire un regolamento interno scritto sull’uso delle carte aziendali.
  • Documentare ogni spesa con una nota analitica che ne specifichi la natura aziendale o personale.
  • Separare e addebitare mensilmente al socio le spese di natura personale.
  • Strutturare un finanziamento soci infruttifero per gestire i flussi temporanei.
  • Regolarizzare periodicamente le posizioni con compensazioni formali e trasparenti.

Questa disciplina non è burocrazia, ma una barriera di protezione essenziale per l’integrità dell’azienda e la serenità dell’imprenditore.

Quando ricalcolare gli acconti di novembre se prevedi un calo di reddito per non andare a credito?

La gestione proattiva della fiscalità non si limita alla pianificazione dei prelievi, ma include anche un monitoraggio costante dell’andamento aziendale per ottimizzare i versamenti durante l’anno. Un punto cruciale è il versamento del secondo acconto delle imposte a novembre. Il calcolo standard si basa sul “metodo storico”, ovvero sull’imposta pagata l’anno precedente. Ma cosa succede se l’anno in corso sta andando peggio del precedente?

Se un imprenditore prevede un calo significativo del reddito o degli utili, versare l’acconto con il metodo storico significherebbe pagare più del dovuto, mandando la società (o l’imprenditore stesso) a credito d’imposta. Questo equivale a un finanziamento a tasso zero allo Stato, congelando liquidità preziosa che potrebbe essere impiegata in azienda. Per evitare ciò, la legge consente di utilizzare il “metodo previsionale”, ricalcolando gli acconti sulla base del minor reddito che si presume di realizzare.

Questa operazione, però, richiede cautela. Un calcolo errato in difetto porta a un insufficiente versamento, che viene punito con una sanzione del 30% sulla somma non versata, secondo le disposizioni dell’Agenzia delle Entrate. È quindi fondamentale basare la previsione su dati concreti: un bilancino infrannuale, un’analisi dei KPI, un budget aggiornato. Un sistema di monitoraggio trimestrale è lo strumento ideale per prendere questa decisione in modo informato.

Cruscotto aziendale con grafici e indicatori di performance fiscale

Avere un cruscotto di controllo, come quello raffigurato, permette non solo di stimare con precisione il reddito di fine anno, ma anche di intercettare altre opportunità strategiche. Ad esempio, un monitoraggio efficace consente di pianificare l’utilizzo di perdite fiscali pregresse (meccanismo del carryforward) per abbattere i profitti imponibili, trasformando un potenziale problema in un vantaggio fiscale concreto. La gestione degli acconti diventa così un tassello di una più ampia strategia di tesoreria.

Holding o società semplice: quale struttura protegge meglio il patrimonio dell’imprenditore?

Quando l’attività imprenditoriale cresce, la semplice SRL operativa può non essere più sufficiente a proteggere il patrimonio accumulato e a gestire in modo efficiente i flussi di ricchezza. Emerge quindi la necessità di un’architettura societaria più evoluta. Le due opzioni principali per un imprenditore sono la Holding (tipicamente una SRL) e la Società Semplice.

La Holding SRL è una “società cassaforte” che detiene le partecipazioni nelle società operative. Il suo più grande vantaggio è la protezione patrimoniale: grazie alla responsabilità limitata, i rischi delle attività operative non possono intaccare il patrimonio custodito nella holding. Inoltre, gode di un regime fiscale estremamente vantaggioso sulla circolazione dei dividendi e sulle plusvalenze, grazie alla PEX (Participation Exemption). Secondo questo regime, i dividendi incassati dalla holding dalle società figlie sono esenti da imposte per il 95%. Allo stesso modo, le plusvalenze derivanti dalla vendita di partecipazioni godono di una esenzione del 95% sulle plusvalenze da cessione partecipazioni, come previsto dall’art. 87 del TUIR. Questo la rende lo strumento d’elezione per il reinvestimento e la pianificazione successoria complessa.

La Società Semplice è una struttura più snella e meno costosa, tradizionalmente usata per la gestione di patrimoni immobiliari o mobiliari (azioni, obbligazioni). Non può svolgere attività commerciale. Il suo vantaggio risiede nella semplicità di gestione e nella tassazione per trasparenza: il reddito prodotto viene imputato direttamente ai soci e tassato in capo a loro con l’IRPEF. Offre un livello di protezione patrimoniale inferiore a quello della holding (i soci rispondono illimitatamente, anche se in via sussidiaria), ma è molto efficace per separare il patrimonio personale dalla gestione operativa e per facilitare il passaggio generazionale di beni specifici.

La scelta dipende dagli obiettivi. Se lo scopo è creare un gruppo societario, reinvestire utili e massimizzare la protezione dal rischio d’impresa, la holding è la soluzione. Se l’obiettivo è gestire un patrimonio statico (immobili, liquidità) in modo semplice e preparare una successione non complessa, la società semplice può essere più che adeguata.

La tabella seguente riassume i pro e contro delle due strutture.

Holding vs Società Semplice: Vantaggi e Limiti
Caratteristica Holding SRL Società Semplice
Protezione patrimoniale Elevata (responsabilità limitata) Media (responsabilità illimitata)
Tassazione dividendi PEX 95% esenzione Trasparenza fiscale diretta
Gestione immobili IRES 24% IRPEF per trasparenza
Passaggio generazionale Ottimale con patti parasociali Semplice ma meno strutturato
Costi gestione Elevati Contenuti

Perché un patto di famiglia scritto vale più di mille promesse verbali tra eredi?

Nessuna architettura fiscale è completa se non considera l’evento più certo e al contempo più destabilizzante per un’azienda familiare: il passaggio generazionale. Le promesse verbali, gli accordi informali e le buone intenzioni si rivelano spesso fragili di fronte alle dinamiche ereditarie, capaci di distruggere in pochi mesi il valore costruito in decenni. In questo scenario, il Patto di Famiglia non è un’opzione, ma una necessità strategica.

Il patto di famiglia non è solo uno strumento legale ma un vero strumento di governance preventiva che definisce ruoli, responsabilità e meccanismi di risoluzione dei conflitti garantendo la continuità aziendale.

– Studio Rossi, Consulenza societaria e passaggio generazionale

Il Patto di Famiglia è un contratto, stipulato con atto pubblico, con cui l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda o le proprie quote societarie a uno o più discendenti. La sua forza rivoluzionaria sta nel fatto che quanto assegnato tramite il patto non è soggetto a collazione e riduzione al momento dell’apertura della successione. In altre parole, cristallizza la volontà dell’imprenditore, mettendo al riparo il trasferimento da future contestazioni da parte degli altri eredi legittimari.

Questi ultimi, infatti, devono partecipare all’atto e venire liquidati dall’assegnatario con una somma pari al valore della loro quota di legittima, a meno che non vi rinuncino espressamente. Questo meccanismo previene le liti future, garantendo stabilità all’azienda e chiarezza nei rapporti familiari. Non è solo un atto di trasferimento, ma un’occasione per definire la governance futura e responsabilizzare l’erede designato.

Checklist essenziale per un patto di famiglia efficace

  1. Identificazione dell’oggetto: Identificare chiaramente l’azienda o le quote societarie oggetto del trasferimento per evitare ambiguità.
  2. Valutazione certificata: Definire il valore delle quote con una perizia giurata per stabilire una base oggettiva e prevenire contestazioni sul valore della liquidazione.
  3. Modalità di liquidazione: Stabilire le modalità precise (denaro, beni, tempistiche) con cui gli eredi non assegnatari verranno liquidati.
  4. Clausole di governance: Prevedere clausole specifiche per la gestione post-trasferimento, come patti di non concorrenza o meccanismi di prelazione.
  5. Copertura finanziaria: Integrare polizze Key Man o altre forme di provvista per garantire all’assegnatario la liquidità necessaria per liquidare gli altri eredi senza indebolire l’azienda.

Da ricordare

  • La scelta tra compenso e dividendo non è un aut-aut, ma una questione di bilanciamento strategico all’interno di un’architettura fiscale complessa.
  • Strumenti come il TFM e la Holding non sono soluzioni isolate, ma pilastri per il differimento fiscale e la protezione patrimoniale a lungo termine.
  • La disciplina finanziaria (separazione dei conti) e la pianificazione successoria (patto di famiglia) sono elementi non negoziabili per la sopravvivenza e la prosperità dell’ecosistema azienda-famiglia.

Come correggere la sottocapitalizzazione della tua azienda per evitare il default tecnico?

Tutta l’architettura fiscale costruita per ottimizzare i flussi di ricchezza rischia di crollare se le fondamenta dell’azienda sono fragili. Una di queste fondamenta è il patrimonio netto. Un’azienda sottocapitalizzata, ovvero con un patrimonio netto insufficiente rispetto all’indebitamento, non è solo un’azienda debole, ma è esposta al rischio di default tecnico e ha un accesso al credito quasi nullo. Come evidenziato dalle linee guida bancarie, il patrimonio netto solido è il primo KPI analizzato dalle banche per la valutazione del merito creditizio.

La sottocapitalizzazione può derivare da perdite accumulate o da una politica di prelievi troppo aggressiva. Correggerla è un’azione strategica prioritaria. La via maestra è la ricapitalizzazione, che non significa necessariamente versare nuovi soldi. Esistono strumenti alternativi efficaci. Una delle tecniche più usate è la rinuncia dei soci ai finanziamenti precedentemente erogati alla società. Con l’introduzione del nuovo comma 4-bis dell’art. 88 del TUIR, questa operazione è diventata fiscalmente efficiente: la rinuncia da parte del socio a un credito il cui valore fiscale è già zero non genera tassazione in capo a lui, ma rafforza il patrimonio della società che registra una sopravvenienza attiva.

Oltre alla rinuncia ai finanziamenti, esistono altre strade per irrobustire il patrimonio netto senza esborsi di liquidità immediati, come illustrato nella tabella seguente.

Alternative alla Ricapitalizzazione Monetaria
Strumento Vantaggi Requisiti Impatto immediato
Rivalutazione beni d’impresa No esborso liquidità Perizia giurata Aumento patrimonio netto
Postergazione finanziamenti soci Migliora solidità patrimoniale Delibera assembleare Riclassifica debiti
Conversione debiti in capitale Riduce indebitamento Consenso creditori Aumento capitale sociale
Ingresso nuovi soci Liquidità immediata Due diligence Capitale e know-how

Una base patrimoniale solida non è solo un requisito formale, ma il presupposto per la crescita, per l’accesso al credito e per la credibilità sul mercato. È l’atto finale che chiude il cerchio di una gestione imprenditoriale sana e lungimirante.

Per consolidare l’intera struttura, è cruciale comprendere come intervenire sulla capitalizzazione aziendale e garantirne la solidità a lungo termine.

Per tradurre questi principi in una strategia su misura, il passo successivo è un’analisi approfondita della vostra specifica architettura finanziaria, valutando la soluzione più adatta a proteggere e valorizzare il vostro patrimonio.

Domande frequenti su Strategia fiscale sui redditi d’impresa e personali

Quando conviene la cedolare secca per affitti commerciali?

La cedolare secca al 21% conviene quando l’imprenditore ha altri redditi elevati che lo porterebbero ad aliquote IRPEF superiori al 35%.

Il comodato d’uso gratuito è sempre vantaggioso?

No, può comportare presunzioni di onerosità da parte del fisco e la perdita di deduzioni fiscali importanti per l’azienda, che non potrebbe dedurre il costo del canone.

Come impatta la scelta del regime fiscale sulla futura vendita dell’immobile?

Il regime IRPEF, a differenza della cedolare secca, permette di dedurre i costi di manutenzione e ristrutturazione. Questi costi aumentano il valore fiscale riconosciuto dell’immobile, riducendo potenzialmente la plusvalenza tassabile al momento della vendita.

Scritto da Lorenzo Bernardi, Dottore Commercialista e Revisore Legale con oltre 20 anni di esperienza nella consulenza fiscale e societaria per le PMI italiane. Specializzato in bilancio, fiscalità d'impresa e contenzioso tributario, guida le aziende attraverso la complessità normativa italiana.