Pubblicato il Maggio 16, 2024

L’ottimizzazione dell’IRES non è un mero adempimento contabile, ma una leva di gestione finanziaria attiva che trasforma la fiscalità da costo a strumento di crescita.

  • La differenza tra utile civilistico e reddito fiscale (“doppio binario”) è il terreno su cui costruire strategie di efficienza, non un problema da subire.
  • Le decisioni su capitalizzazione, finanziamenti e ammortamenti definiscono l’architettura fiscale dell’azienda e hanno un impatto diretto sulla liquidità e sulla redditività.

Raccomandazione: Smettere di considerare il calcolo delle imposte come un’attività di fine anno e integrarlo nella pianificazione strategica aziendale per massimizzare la deducibilità e ottimizzare la tesoreria.

Per un direttore amministrativo, la chiusura del bilancio e il calcolo delle imposte rappresentano uno dei momenti più critici dell’anno. La pressione di quadrare i conti si scontra con la complessità di un sistema fiscale che sembra progettato per creare un divario incolmabile tra l’utile civilistico, faticosamente raggiunto, e l’imponibile su cui l’azienda pagherà le tasse. L’idea comune è che le variazioni fiscali siano un labirinto di regole punitive da cui è difficile uscire indenni, un costo inevitabile da accettare passivamente.

Molti si concentrano sulla compilazione corretta del modello Redditi, assicurandosi di riportare le variazioni in aumento più evidenti come le sanzioni o i costi di rappresentanza parzialmente indeducibili. L’approccio è reattivo: si subiscono le norme, si applicano le rettifiche e si paga l’imposta risultante. Questo atteggiamento, pur garantendo la conformità, lascia sul tavolo significative opportunità di ottimizzazione. Si tratta di una visione che relega la funzione fiscale a un puro centro di costo, ignorandone il potenziale strategico.

E se la vera chiave non fosse semplicemente “calcolare” l’IRES, ma “progettare” la base imponibile durante tutto l’esercizio? Questo articolo adotta una prospettiva controintuitiva: le variazioni fiscali non sono solo correttivi, ma leve strategiche. Padroneggiare il “doppio binario” civilistico-fiscale permette di trasformare decisioni operative e finanziarie in potenti strumenti di efficienza. Non si tratta di elusione, ma di pianificazione consapevole, trasformando il calcolo delle imposte da un esercizio di conformità a una disciplina di gestione aziendale attiva.

Esploreremo come ogni scelta, dal metodo di ammortamento alla struttura del capitale, fino alla gestione dei pagamenti, possa essere ottimizzata per ridurre legalmente il carico fiscale. L’obiettivo è fornire al direttore amministrativo non solo le regole, ma le strategie per utilizzare il sistema a proprio vantaggio, migliorando la liquidità, la struttura patrimoniale e la redditività operativa dell’impresa.

Questo articolo è strutturato per guidarvi attraverso i pilastri strategici dell’ottimizzazione IRES. Analizzeremo le principali aree di intervento, fornendo strumenti concreti e prospettive avanzate per una gestione fiscale proattiva.

Perché l’utile di bilancio non è mai uguale alla base imponibile su cui paghi il 24%?

Il punto di partenza per ogni calcolo IRES è l’utile (o la perdita) ante imposte risultante dal conto economico. Tuttavia, questo valore è quasi sempre diverso dal reddito imponibile su cui si applica l’aliquota del 24%. La ragione risiede nel cosiddetto principio del doppio binario, secondo cui le norme civilistiche per la redazione del bilancio e quelle fiscali per la determinazione del reddito d’impresa seguono logiche e finalità differenti. Il bilancio deve fornire una rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale e finanziaria; la normativa fiscale, invece, stabilisce regole specifiche di deducibilità e tassazione.

Questa discrepanza si gestisce attraverso le variazioni fiscali, rettifiche che si applicano al risultato di bilancio per ottenere la base imponibile. Le variazioni possono essere in aumento, quando si aggiungono costi non deducibili o ricavi non contabilizzati ma fiscalmente rilevanti, o in diminuzione, quando si sottraggono costi deducibili non imputati a conto economico o ricavi non imponibili. Un esempio classico è la gestione degli ammortamenti: se l’ammortamento civilistico è inferiore a quello massimo consentito fiscalmente, si genera una variazione in aumento temporanea.

Comprendere e governare questo meccanismo è il primo passo per una pianificazione fiscale strategica. Non si tratta di un mero esercizio contabile, ma dell’identificazione di aree di disallineamento che possono essere gestite per ottimizzare il carico fiscale. Per esempio, un’azienda con un utile civilistico di 100.000€ potrebbe trovarsi a pagare tasse su un imponibile ben più alto a causa di variazioni in aumento, come costi di rappresentanza parzialmente indeducibili o sanzioni totalmente indeducibili.

Checklist per la verifica delle variazioni fiscali

  1. Principio di inerenza: Verificare che tutti i costi spesati siano strettamente correlati all’attività d’impresa, escludendo spese personali o non pertinenti.
  2. Costi a deducibilità limitata: Controllare la corretta classificazione e il rispetto dei limiti per spese di rappresentanza, vitto e alloggio, e costi per autovetture.
  3. Manutenzioni e capitalizzazioni: Assicurarsi che le manutenzioni straordinarie siano correttamente capitalizzate e non spesate interamente nell’esercizio, per evitare rettifiche.
  4. Oneri indeducibili: Isolare e rettificare in aumento tutti i costi assolutamente indeducibili, come interessi di mora su debiti fiscali e sanzioni tributarie o amministrative.
  5. Imposte anticipate e differite: Utilizzare la gestione delle differenze temporanee non solo come adempimento, ma come strumento per pianificare i flussi di cassa fiscali futuri.

Una gestione proattiva delle variazioni fiscali consente di anticipare l’impatto delle decisioni aziendali sull’imponibile IRES, trasformando un adempimento obbligatorio in una potente leva di ottimizzazione finanziaria.

Come calcolare il limite del ROL per non perdere la deducibilità degli interessi passivi bancari?

La deducibilità degli interessi passivi rappresenta una delle aree più complesse e strategicamente rilevanti nel calcolo dell’IRES. Un errore comune è considerare tutti gli interessi passivi bancari come costi deducibili. In realtà, la loro deducibilità è soggetta a un limite stringente definito dal Risultato Operativo Lordo (ROL), un aggregato fiscale che misura la redditività operativa dell’azienda prima di considerare ammortamenti, svalutazioni e canoni di leasing.

La regola generale, stabilita dall’art. 96 del TUIR, è chiara: gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati sono deducibili fino a concorrenza degli interessi attivi. L’eventuale eccedenza è deducibile nel limite del 30% del ROL dell’esercizio. Gli interessi passivi che superano questa soglia non sono persi, ma possono essere riportati in avanti nei successivi esercizi, a condizione che vi sia capienza nel ROL futuro. Questo meccanismo trasforma il ROL in un vero e proprio “asset fiscale” da gestire con attenzione.

Visualizzazione del calcolo ROL per la deducibilità degli interessi passivi

Come evidenziato, il calcolo non è banale. Il ROL si ottiene partendo dal valore della produzione (A) e sottraendo i costi della produzione (B) dal conto economico, escludendo però gli ammortamenti, le svalutazioni (B10) e i canoni di leasing di beni strumentali. Un ROL negativo o insufficiente può portare all’indeducibilità di una quota significativa di interessi passivi, con un conseguente aumento dell’imponibile IRES. Per un’azienda con un elevato indebitamento, monitorare e ottimizzare il ROL diventa quindi cruciale. Esistono strategie specifiche per potenziarlo a fine esercizio:

  • Gestione strategica delle rimanenze: Un’attenta valorizzazione del magazzino a fine anno può incrementare i componenti positivi che concorrono alla formazione del ROL.
  • Revisione dei canoni di locazione: Analizzare i contratti di locazione operativa per massimizzarne l’efficienza fiscale e l’impatto sul risultato operativo.
  • Cessione di asset marginali: Valutare la dismissione di beni strumentali non più strategici per generare plusvalenze operative che contribuiscono direttamente ad aumentare il ROL.

In sintesi, la gestione dell’indebitamento non può prescindere da un’analisi previsionale del ROL. Una pianificazione che integri decisioni operative e finanziarie è l’unica via per evitare brutte sorprese fiscali e sfruttare appieno la deducibilità degli interessi passivi.

Capitalizzare l’azienda o prestare soldi come soci: quale conviene di più ai fini IRES oggi?

La struttura del capitale di un’impresa, ovvero il mix tra capitale proprio (equity) e capitale di debito, è una delle decisioni più strategiche che un direttore amministrativo deve affrontare. Questa scelta non ha solo implicazioni finanziarie e di governance, ma anche un impatto fiscale diretto e significativo sull’IRES. Le due vie principali per finanziare la società da parte dei soci sono l’aumento di capitale (capitalizzazione) e il finanziamento soci. La convenienza tra le due opzioni dipende da un’analisi comparata che consideri i benefici fiscali per la società e la tassazione in capo al socio.

Con l’aumento di capitale, la società beneficia dell’ACE (Aiuto alla Crescita Economica), un’agevolazione che consente di dedurre dal reddito imponibile un importo pari al rendimento nozionale del nuovo capitale versato. Sebbene l’aliquota di rendimento sia stata ridotta all’1,3%, l’ACE rappresenta ancora un risparmio IRES diretto che premia la patrimonializzazione. Il finanziamento soci, d’altro canto, genera interessi passivi per la società, deducibili nei limiti del 30% del ROL, e interessi attivi per il socio, tassati al 26%.

L’ACE è stata introdotta proprio per attenuare il vantaggio fiscale del finanziamento tramite debito, incentivando la patrimonializzazione. La scelta tra le due opzioni richiede un’attenta valutazione dell’architettura finanziaria e fiscale che si intende costruire.

La seguente tabella offre un confronto diretto tra le due alternative, come evidenziato in una recente analisi comparativa.

Confronto tra Capitalizzazione (ACE) e Finanziamento Soci
Aspetto Capitalizzazione (ACE) Finanziamento Soci
Beneficio fiscale società Deduzione ACE: risparmio IRES del 24% sul rendimento nozionale (1,3% del capitale) Deducibilità interessi nei limiti del ROL
Tassazione socio Dividendi tassati al 26% Interessi tassati al 26%
Rischio riqualificazione Nessuno Possibile riqualificazione in apporto
Flessibilità rimborso Bassa (riduzione capitale) Alta (restituzione prestito)

La decisione non è univoca. Spesso la soluzione migliore risiede in una strategia mista: utilizzare il finanziamento soci per esigenze di liquidità a breve termine, data la sua flessibilità, e ricorrere alla capitalizzazione per investimenti strutturali a lungo termine, massimizzando il beneficio ACE e rafforzando la solidità patrimoniale dell’azienda.

L’errore di acquistare servizi da paradisi fiscali senza provare l’effettivo interesse economico

L’acquisto di beni e servizi da fornitori situati in Paesi a fiscalità privilegiata (comunemente noti come “paradisi fiscali” o giurisdizioni non cooperative) è una delle aree a più alto rischio di contenzioso fiscale. Un errore comune è pensare che, abolita la normativa specifica sui costi “black list”, tali operazioni siano diventate esenti da controlli. Al contrario, l’Amministrazione Finanziaria ha spostato l’attenzione sulla prova del principio di inerenza e dell’effettivo interesse economico dell’operazione. In caso di verifica, l’onere della prova ricade interamente sul contribuente.

L’azienda deve essere in grado di dimostrare in modo inequivocabile che il costo sostenuto non sia fittizio o finalizzato unicamente a trasferire utili verso giurisdizioni a bassa tassazione. Non basta avere una fattura: è necessario costruire un solido “dossier di prova” che documenti la genuinità e la necessità economica del servizio acquistato. La mancanza di tale documentazione può portare alla totale indeducibilità del costo, con un conseguente e pesante aumento dell’imponibile IRES, oltre a sanzioni e interessi.

La strategia corretta non è evitare a priori queste operazioni, che possono essere commercialmente valide, ma adottare un approccio di “inerenza proattiva”. Ciò significa preparare la documentazione difensiva non a posteriori, durante una verifica, ma in modo sistematico e contestuale all’operazione stessa. Un dossier ben costruito è la migliore difesa contro le contestazioni del Fisco e deve contenere prove concrete e oggettive. Di seguito, gli elementi essenziali da predisporre:

  • Contrattualistica dettagliata: Redigere contratti formali e specifici che descrivano in modo analitico la natura dei servizi, le modalità di esecuzione e le responsabilità delle parti, prima che l’operazione abbia inizio.
  • Documentazione dell’esecuzione: Raccogliere prove tangibili dell’effettiva prestazione del servizio, come report periodici, analisi di mercato, verbali di riunione o elaborati progettuali.
  • Corrispondenza commerciale: Conservare email, lettere e comunicazioni che dimostrino la necessità del servizio per l’attività d’impresa e il processo decisionale che ha portato alla scelta di quel fornitore.
  • Analisi di congruità (transfer pricing): Preparare un’analisi che dimostri che il prezzo pagato è in linea con il valore di mercato (“at arm’s length”) per servizi comparabili, per scongiurare contestazioni sul valore.
  • Prova della sostanza economica del fornitore: Raccogliere documentazione che attesti la reale operatività del fornitore estero (presenza di uffici, personale, struttura adeguata), per dimostrare che non si tratta di una mera “società di comodo”.

Affrontare le operazioni con giurisdizioni a fiscalità privilegiata con superficialità è un rischio che nessuna azienda può permettersi. Una solida preparazione documentale è l’unica strategia che trasforma un potenziale pericolo fiscale in un’operazione commerciale gestita in sicurezza.

Quando versare il saldo IRES per ottimizzare la tesoreria senza incorrere in sanzioni?

La gestione dei versamenti fiscali non è solo un adempimento, ma una componente essenziale della gestione della tesoreria aziendale. Le scadenze per il saldo IRES e per gli acconti offrono margini di flessibilità che, se sfruttati correttamente, possono migliorare significativamente i flussi di cassa. La scadenza ordinaria per il versamento del saldo IRES relativo all’esercizio precedente è fissata al 30 giugno dell’anno successivo (per i soggetti con esercizio coincidente con l’anno solare). Tuttavia, la normativa prevede una preziosa opzione di differimento.

È possibile posticipare il versamento di 30 giorni, ovvero al 30 luglio, applicando una lieve maggiorazione all’importo dovuto. Come confermato da diverse guide fiscali, il saldo IRES può essere versato entro il 30 luglio con una maggiorazione dello 0,40%. Questa opzione non è una sanzione, ma il costo di un “finanziamento” a brevissimo termine concesso dal Fisco. Per un direttore amministrativo, la scelta tra pagare al 30 giugno o al 30 luglio non è banale: si tratta di un’analisi costi-benefici. Se la liquidità aggiuntiva mantenuta in azienda per un mese può generare un rendimento superiore allo 0,40% o evitare tensioni di cassa, il differimento diventa una scelta strategica.

Calendario strategico per versamenti IRES e gestione tesoreria

La pianificazione della “tesoreria fiscale” richiede un calendario strategico che vada oltre la semplice annotazione delle scadenze. È un processo che implica simulazioni e decisioni attive durante tutto l’anno. Le tappe fondamentali includono:

  • Entro il 16 giugno: Scadenza per il versamento del saldo IRES dell’anno precedente e del primo acconto IRES per l’anno in corso.
  • Valutazione del differimento: Entro maggio, analizzare i flussi di cassa previsti per giugno e luglio per decidere se sfruttare il posticipo al 30 luglio con la maggiorazione dello 0,40%.
  • Scelta della rateizzazione: Considerare la possibilità di rateizzare l’importo del saldo e del primo acconto, valutandone i costi (interessi) rispetto ai benefici in termini di liquidità.
  • Entro il 30 novembre: Scadenza per il versamento del secondo acconto. In questa fase, è cruciale valutare se utilizzare il metodo storico o quello previsionale, qualora si preveda un reddito inferiore per l’anno in corso.

In conclusione, trattare le scadenze fiscali come date fisse e immutabili è un’opportunità persa. Una gestione dinamica e previsionale dei versamenti IRES trasforma un obbligo di legge in uno strumento flessibile per l’ottimizzazione della liquidità aziendale.

L’errore sugli ammortamenti che gonfia il tuo utile e le tue tasse inutilmente

L’ammortamento è uno degli ambiti in cui il “doppio binario” civilistico-fiscale si manifesta con maggiore forza, creando spesso trappole costose per le aziende meno attente. L’errore più comune e insidioso è quello del sotto-ammortamento civilistico: applicare a bilancio quote di ammortamento inferiori a quelle massime consentite dalla normativa fiscale. Molti amministratori sono tentati di farlo per presentare un utile di bilancio più elevato, ma questa scelta ha un effetto boomerang sull’IRES.

Quando l’ammortamento civilistico è inferiore a quello fiscale, la differenza deve essere ripresa a tassazione tramite una variazione in aumento. Questa rettifica, sebbene temporanea e destinata a riassorbirsi negli anni successivi, gonfia l’imponibile dell’esercizio corrente, costringendo l’azienda a pagare più tasse del necessario. Ad esempio, un’azienda che applica ammortamenti civilistici inferiori a quelli fiscali può subire variazioni in aumento che incrementano la base imponibile IRES di migliaia di euro, erodendo inutilmente la liquidità.

La gestione strategica degli ammortamenti, invece, li trasforma da mera scrittura contabile a leva fiscale. L’obiettivo deve essere quello di allineare, per quanto possibile, il piano di ammortamento civilistico ai massimi valori fiscalmente deducibili, o di sfruttare le opzioni di ammortamento accelerato o anticipato quando consentito. Questo non solo ottimizza il carico fiscale corrente, ma fornisce anche un quadro più realistico della perdita di valore degli asset. La scelta del regime di ammortamento non è mai neutrale e deve essere valutata in un’ottica integrata.

  • Coerenza con l’ACE: Un piano di ammortamenti più rapido riduce il valore contabile degli asset e, di conseguenza, il patrimonio netto, influenzando la base di calcolo per l’agevolazione ACE.
  • Ammortamento anticipato: Per i beni ad alta obsolescenza tecnologica, sfruttare l’ammortamento anticipato (quando disponibile) permette di concentrare la deduzione fiscale nei primi anni di vita del bene.
  • Impatto sul ROL: Poiché gli ammortamenti sono esclusi dal calcolo del ROL, un’accelerazione degli stessi non pregiudica la capacità di dedurre gli interessi passivi, creando un doppio vantaggio fiscale.

Per evitare di pagare imposte superflue, è cruciale comprendere a fondo l'impatto fiscale delle scelte di ammortamento.

In definitiva, sacrificare l’efficienza fiscale per un risultato di bilancio “abbellito” è una strategia miope. Una corretta politica di ammortamento, allineata alle regole fiscali, è essenziale per garantire che l’azienda paghi le imposte sul suo reale reddito operativo e non su un utile artificialmente gonfiato.

Come utilizzare le perdite degli anni precedenti per abbattere l’imponibile di quest’anno?

Le perdite fiscali non sono solo un indicatore di difficoltà passate, ma rappresentano un prezioso “credito fiscale” potenziale da utilizzare per ridurre il carico impositivo futuro. La normativa IRES, infatti, consente di portare in deduzione dal reddito imponibile di un esercizio le perdite fiscali maturate negli esercizi precedenti. Questo meccanismo, noto come riporto a nuovo delle perdite, è uno strumento fondamentale per le aziende che operano in mercati ciclici, per le start-up nelle fasi iniziali o per le imprese in fase di turnaround.

Il principio è semplice: le perdite fiscali possono essere utilizzate per abbattere il reddito imponibile degli esercizi successivi, senza limiti di tempo. Esiste però un limite quantitativo: le perdite possono compensare il reddito fino a un massimo dell’80% del reddito imponibile stesso. Il restante 20% del reddito deve comunque essere assoggettato a tassazione. Questa regola non si applica alle perdite realizzate nei primi tre esercizi di attività, che sono invece riportabili integralmente. Sfruttare questa possibilità riduce significativamente l’IRES dovuta nell’anno corrente, liberando risorse finanziarie preziose.

La gestione delle perdite pregresse diventa ancora più strategica in contesti normativi mutevoli. Ad esempio, è previsto che per il solo 2025 le aziende possano beneficiare di un’IRES premiale con aliquota ridotta dal 24% al 20% a determinate condizioni di reinvestimento. In un simile scenario, pianificare l’utilizzo delle perdite per massimizzare il reddito imponibile nell’anno a tassazione ordinaria e minimizzarlo nell’anno con aliquota agevolata può generare un risparmio fiscale aggiuntivo.

Una gestione strategica delle perdite non si limita a un calcolo meccanico. Implica anche decisioni operative. Se un’azienda ha perdite fiscali significative in scadenza (un’ipotesi oggi rara, ma possibile in caso di cambiamenti normativi), potrebbe essere strategico anticipare operazioni che generano reddito (es. la vendita di un asset) per assicurarsi di utilizzare la perdita prima che scada il termine per il suo riporto.

Le perdite fiscali non devono essere viste come una cicatrice del passato, ma come una riserva di valore fiscale. Una pianificazione attenta permette di ottimizzarne l’utilizzo, rendendole un elemento attivo nella strategia finanziaria e fiscale dell’impresa.

Punti chiave da ricordare

  • Il reddito imponibile IRES non è l’utile di bilancio; è il risultato di rettifiche strategiche (variazioni) che rappresentano delle leve di ottimizzazione.
  • Decisioni su finanziamenti (ACE vs. debito) e ammortamenti non sono solo contabili, ma definiscono l’architettura fiscale dell’azienda e il suo carico impositivo.
  • La gestione della fiscalità deve essere proattiva: dalla costruzione di dossier per costi esteri alla pianificazione dei versamenti per ottimizzare la tesoreria.

Come gestire l’IRAP, l’imposta più odiata dalle imprese, minimizzandone l’impatto sul costo del lavoro?

Nessuna analisi del carico fiscale aziendale sarebbe completa senza considerare l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive). Spesso definita “l’imposta più odiata”, la sua particolarità risiede in una base imponibile, il Valore della Produzione Netta (VPN), che include componenti di costo indeducibili ai fini IRES, primo tra tutti il costo del lavoro. Questo la rende particolarmente onerosa per le imprese ad alta intensità di manodopera. Minimizzarne l’impatto richiede strategie specifiche, spesso incentrate sulla gestione del personale.

La base imponibile IRAP è calcolata in modo differente rispetto all’IRES. Include la maggior parte dei costi del personale, rendendo le scelte di “make or buy” (assumere personale interno vs. esternalizzare servizi) strategicamente cruciali. L’outsourcing di alcune funzioni a fornitori di servizi esterni può, in determinati casi, trasformare un costo del lavoro indeducibile in un costo per servizi interamente deducibile dalla base imponibile IRAP, riducendo così l’imposta dovuta.

La decisione tra assunzione diretta e outsourcing, tuttavia, non è semplice e richiede un’analisi costi-benefici che vada oltre l’impatto IRAP, considerando aspetti come il controllo operativo, la qualità del servizio e i costi complessivi.

Confronto strategico: Assunzione vs. Outsourcing ai fini IRAP
Modalità Impatto IRAP Vantaggi Svantaggi
Assunzione diretta Costo del lavoro incluso nella base IRAP Controllo diretto, accesso a deduzioni specifiche (cuneo fiscale) Base imponibile più alta, rigidità
Outsourcing Costo per servizi interamente deducibile Riduzione immediata della base IRAP, flessibilità Minor controllo, costi contrattuali potenzialmente maggiori
Mix strategico Ottimizzazione selettiva per funzioni non-core Massima flessibilità, bilanciamento tra controllo e costo Maggiore complessità gestionale e di coordinamento

Oltre all’arbitraggio tra assunzione e outsourcing, la normativa IRAP prevede diverse deduzioni specifiche spesso sottoutilizzate. Un direttore amministrativo deve assicurarsi di sfruttarle tutte. Tra le più importanti figurano: la deduzione del cuneo fiscale per i dipendenti a tempo indeterminato, le deduzioni per l’incremento occupazionale, e le deduzioni maggiorate per l’impiego di personale con specifiche qualifiche (es. ricercatori, apprendisti, disabili). Un’attenta mappatura della forza lavoro e l’applicazione puntuale di tutte le deduzioni disponibili possono ridurre sensibilmente l’impatto dell’IRAP.

Per una visione completa del carico fiscale, è cruciale non solo ottimizzare l’IRES ma anche gestire attivamente l'impatto dell'IRAP.

In conclusione, l’ottimizzazione fiscale è un mosaico complesso. La gestione strategica dell’IRES, unita a un’attenta pianificazione IRAP, permette di trasformare la fiscalità da un peso a un vantaggio competitivo. Per implementare queste strategie e ottenere un’analisi personalizzata della vostra situazione, il prossimo passo consiste nel confrontarsi con specialisti in grado di tradurre queste leve in un piano d’azione concreto.

Scritto da Lorenzo Bernardi, Dottore Commercialista e Revisore Legale con oltre 20 anni di esperienza nella consulenza fiscale e societaria per le PMI italiane. Specializzato in bilancio, fiscalità d'impresa e contenzioso tributario, guida le aziende attraverso la complessità normativa italiana.